elementi di politica industriale
[studio_2]: osservazioni critiche su studio degli economisti riccardo cappellin
e enrico ciciotti "la città, chiave di volta della crescita" [2014]/anche
con riferimento allo studio di riccardo cappellin "politiche
industriali e regionali, e crisi delle politiche macroeconomiche",
novembre 2014]/riporto dei due studi e breve commento
testo studio 1 della pagina: “La città,
chiave di volta della crescita” - I
centri urbani possono rappresentare il principio di organizzazione di un grande
piano di investimenti mirato alla ripresa dell'economia. La tesi di un gruppo
di oltre trenta economisti esposta in un documento
- di Riccardo Cappellin e Enrico Ciciotti
testo:
Dove
trovare, nell’attuale contesto economico, un durevole percorso di crescita? E
come avviarlo, senza attendere i tempi dell’Europa? La risposta è: nelle città
e nella loro riqualificazione; con l’obiettivo di creare nuova occupazione,
migliorare la qualità della vita e trainare lo sviluppo di nuove produzioni che
diversifichino il made in Italy e promuovano una “rinascita industriale”. A
sostenerlo è un gruppo di oltre trenta docenti di economia industriale,
regionale e urbana, del lavoro e macroeconomia, nel documento “La ripresa
economica e la politica industriale e regionale”, elaborato nel 2014, che si
può leggere qui. Ne sintetizziamo qui analisi e proposte.
Cinque
settori prioritari
I centri
urbani, sia di natura metropolitana che di medie dimensioni, devono
rappresentare la struttura di base o il principio di organizzazione di un
grande piano di investimenti mirato alla ripresa dell’economia europea e italiana.
Da troppi anni i governi hanno trascurato di investire nelle città, che ormai
soffrono di un’evidente sottocapitalizzazione in termini d’investimenti
pubblici e privati, nonché nella realizzazione, modernizzazione, manutenzione e
gestione di nuove indispensabili infrastrutture.
Le città
hanno il vantaggio sia di una grande diversificazione produttiva, che facilita
la complementarietà delle competenze diverse, che di una forte contiguità o
accessibilità, che facilita l’interazione tra i cittadini e le imprese, e
questo promuove la creatività e lo sviluppo di nuove produzioni innovative. Le
aree urbane possono essere il nodo di un nuovo modello di sviluppo
dell’economia nazionale trainato dalla domanda interna di servizi nuovi e
qualificati da parte dei cittadini.
In
quest’ottica è necessario superare un approccio esclusivamente tecnologico
(smart cities). Così come sono necessari sia una strategia di sviluppo
economico che parta dalla domanda interna o dai beni comuni delle città e dai
bisogni emergenti dei cittadini, sia interventi operativi capaci di un impatto
significativo sull’economia nazionale e sulla qualità della vita dei cittadini.
Pertanto, una strategia di “diversificazione intelligente” (smart diversification)
del sistema produttivo italiano richiede che vengano individuate nuove
specializzazioni produttive e le infrastrutture chiave mancanti. In generale si
può immaginare una nuova economia industriale incentrata su “idee
motrici/mercati guida” che raggruppano più filiere.
Appare
quindi prioritario concentrare gli investimenti nelle aree urbane, sia per il
loro essere il luogo ove emergono per prima i nuovi bisogni e si concentra la
domanda di nuovi beni e servizi, sia perché i centri urbani sono i nodi di
infrastrutture territoriali e svolgono una funzione strategica nel valorizzare
la connettività delle nuove reti materiali e immateriali, di trasporto di beni
e di persone o di informazioni e conoscenze. Inoltre, si deve passare da una
strategia orientata verso attori e progetti individuali a una strategia
orientata verso attori e progetti collettivi.
Nelle
città, quindi, si possono sviluppare “piani d’investimento” nei cinque settori
prioritari di: housing, mobilità e logistica, energia e ambiente, cultura e
turismo e salute, sanità e assistenza sociale.
Il ruolo
delle città, nella nuova società della conoscenza, cambia profondamente. Esse
diventano l’incubatore di nuove attività produttive soprattutto terziarie e la
crescita della disoccupazione pone il problema dell’espansione della base
occupazionale nelle aree urbane in un’epoca in cui la creazione di occupazione
da tempo non avviene più nelle industrie manifatturiere. In questa prospettiva,
il ruolo delle amministrazioni comunali e regionali diventa più importante.
Queste possono agire sia sull’offerta che sulla domanda dei servizi nuovi che
si creano nelle città, realizzando infrastrutture e investimenti pubblici e
promuovendo l’aggregazione della domanda dei cittadini nei servizi nuovi
connessi con l’abitazione, la mobilità sostenibile, il risparmio energetico e
la riqualificazione ambientale, la cultura e il tempo libero e i servizi
sociali e per la salute.
Si tratta
in pratica di realizzare un circolo virtuoso che, partendo dalla
domanda-offerta delle innovazioni necessarie ai nuovi bisogni dei cittadini
evolva lungo il sentiero: miglioramento della qualità della vita- maggiori economie
esterne-maggiore competitività urbana-innovazione e attrazione
d’investimenti-sviluppo di nuovi settori a scala locale e nazionale.
Gli
interventi nei diversi settori devono essere integrati/interconnessi
operativamente tra loro e non vanno programmati separatamente. Sarebbe inoltre
opportuno focalizzarsi innanzitutto sugli interventi che possono dare un
risultato immediato (a sei mesi o un anno) e agire “chirurgicamente” sugli
investimenti più urgenti e che riguardano i nodi della rete urbana e delle
relazioni tra i centri urbani e il rispettivo territorio.
Le
relazioni di complementarietà e di sinergia che si possono stabilire tra le
singole iniziative vanno valorizzate attraverso strategie e azioni specifiche
volte, ad esempio, alla nascita o al consolidamento di opportuni cluster industriali
di rilevanza nazionale composti da imprese operanti nei settori ove la domanda
da parte delle città italiane si mostra di peso maggiore in termini
quantitativi, di innovazione tecnologica e di export potenziale.
In questa
prospettiva, fra l’altro, le stazioni ferroviarie nelle città e le vaste aree
ferroviarie contigue, ora scarsamente utilizzate e degradate, rappresentano non
solo il nodo delle comunicazioni urbane ed extraurbane, ma possono anche
diventare il polo per lo sviluppo del social housing per i ceti a basso reddito
e di centri di residenza integrati per gli anziani, di servizi commerciali,
culturali, sportivi e per il tempo libero, promossi con le associazioni dei
cittadini e da grandi investitori istituzionali sia italiani che esteri.
Un
aspetto da non sottovalutare è rappresentato dagli elementi soft della
progettazione. Le idee progettuali di tipo innovativo possono emergere dal
dibattito pubblico tra i cittadini e le loro associazioni e dal lavoro di esperti
nelle università e nei centri di ricerca e devono tradursi nello sviluppo di
progetti operativi di fattibilità con elevate caratteristiche tecniche, tramite
un investimento consistente e sistematico di natura pubblica o delle imprese
private o delle fondazioni bancarie o anche direttamente tramite il
crowdfunding dei cittadini.
Inoltre,
si tratta di dare la giusta enfasi, nella valutazione dei progetti di politiche
urbane, agli elementi immateriali, quali il marketing territoriale, la
promozione, la comunicazione e gli aspetti gestionali delle iniziative.
Governance
istituzionale e relazioni tra gli attori nella politica urbana
La
riduzione dei servizi pubblici locali e regionali nei trasporti, formazione
professionale e nella sanità comporterebbe una riduzione dell’occupazione sia
nell’amministrazione pubblica che nelle imprese private fornitrici, una
riduzione dei redditi e quindi dei consumi privati e della domanda aggregata,
che traina la produzione di molte imprese in settori diversi. Il problema non
sono i servizi pubblici da eliminare perché di dubbia utilità o la riduzione
dei costi dei servizi pubblici di bassa qualità, ma la sostituzione di questi
ultimi con servizi pubblici più innovativi e di migliore qualità per i
cittadini e che utilizzino risorse umane più qualificate.
L’accorpamento
delle imprese di servizi collettivi è necessario non per ridurre i costi e le
capacità produttive, ma per sostenere investimenti di maggiori dimensioni nel
territorio e affrontare meglio la concorrenza estera e promuovere
l’internazionalizzazione di queste imprese, che sono di rilevanza strategica
per una “rinascita industriale” dell’economia italiana.
Dalla
vendita delle proprietà immobiliari e delle partecipazioni azionarie degli enti
locali, che produce deflazione e diminuisce il patrimonio collettivo, è
necessario passare alla valorizzazione di questo patrimonio con aumenti di
capitale destinati a investitori privati e che siano lo strumento per fare leva
nella prospettiva di un aumento degli investimenti fissi lordi in nuovi servizi
qualificati e infrastrutture.
In molti
dei settori suindicati l’attività privata è possibile non solo nella fase della
costruzione dell’infrastruttura ma anche in quella della gestione del servizio.
Le nuove produzioni industriali e di servizio devono essere molto innovative e
quindi in grado di assicurare un rendimento finanziario adeguato, per poter essere
finanziate con risorse private e non, come nel passato, solamente con fondi
pubblici. È necessario mobilitare il risparmio privato nel finanziamento di
progetti molto qualificati. E a questo fine sarebbe opportuno creare un Fondo
di investimento in ogni Regione, che permetta il finanziamento delle infrastrutture,
di servizi privati e pubblici e di nuove imprese industriali innovative,
attirando i finanziamenti della Banca europea degli investimenti e della Cassa
depositi e prestiti, e che abbia un rating finanziario elevato potendo contare
sulla garanzia dello Stato. Anche i singoli cittadini possono essere
interessati a investire nel finanziamento di progetti che abbiano una finalità
collettiva e una ricaduta positiva sullo sviluppo delle rispettive aree di
residenza. Il Fondo potrebbe assicurare il credito alle imprese private e ai
consorzi pubblicoprivati per la costruzione e la gestione di servizi innovativi
e di grandi infrastrutture o investire in modo transitorio nel capitale di
nuove imprese private durante un periodo di avviamento per facilitare il collocamento
sul mercato delle loro azioni.
Un ruolo
chiave sia nella progettazione tecnica che nel coordinamento dei singoli
progetti d’investimento e successivamente nell’offerta agli utilizzatori delle
nuove produzioni di servizi collegati devono avere le grandi imprese
pubblico-private nei servizi collettivi (public utilities), che hanno un forte
radicamento nelle aree urbane e nel territorio italiano. In altri casi può
essere opportuno partire dalle produzioni esistenti e sostenere i processi di
evoluzione in atto.
In
sostanza, non si esce dalla crisi in modo spontaneo. Per evitare una
stagnazione secolare della produzione e un aumento ulteriore del tasso di
disoccupazione nel 2015 è necessario un piano di azione straordinario che rilanci
la crescita economica e aumenti la base occupazionale a partire dalle aree
urbane. È necessario avviare un ciclo cumulativo di sviluppo, basato sulla
creazione di nuove produzioni innovative, l’investimento nella nuova capacità
produttiva necessaria e in posti lavoro tecnicamente qualificati, e che
permetta di aumentare i redditi e quindi di aumentare la domanda aggregata.
Una task
force in ogni Regione
Al posto
delle centinaia di “tavoli di crisi” a livello nazionale e nelle diverse aree
del paese sarebbe utile creare una task force in ogni Regione, che promuova la
scoperta di nuove produzioni innovative, gli investimenti delle imprese
private, l’attivazione dei necessari investimenti pubblici preliminari e
complementari e che rimuova gli ostacoli amministrativi all’investimento delle
imprese.
Tale task
force pubblico-privata per la ripresa economica deve definire una piattaforma
strategica comune o organizzare un numero limitato di “piani d’azione” (o
“tavoli di sviluppo”) nei cinque ambiti strategici delle infrastrutture e dei
servizi d’interesse collettivo indicati sopra e in altre possibili produzioni
innovative ritenute fattibili e prioritarie. A tale task force deve essere
assicurata la partecipazione sia degli operatori economici dei singoli settori
considerati, che delle associazioni dei cittadini e degli utilizzatori dei
servizi rispettivi, oltre che delle università, del mondo dei servizi
professionali, della finanza di progetto, delle Pmi e delle imprese dei servizi
di utilità collettivi (public utilities), dei sindacati, delle Camere di
commercio e delle associazioni industriali. Il piano di azione per la crescita
dovrebbe quindi essere articolato in un numero limitato di progetti operativi
di fattibilità distribuiti sul territorio regionale e focalizzati in specifiche
aree delle singole città.
Occorre,
quindi, predisporre una “governance istituzionale” a scala regionale e
nazionale nell’ambito della quale sia facilitato e reso efficace il processo di
identificazione, valutazione della sostenibilità economicofinanziaria e
selezione dei progetti che vadano a costituire un Piano di investimento
regionale e nazionale mirato alla crescita dell’economia.
Si tratta
di operare secondo la logica dello sviluppo sostenibile dal punto di vista
economico sociale e ambientale, centrato su un modello che potremmo chiamare di
governance bottom-up corretto. Infatti, si deve partire dal basso per far
emergere i progetti in grado di risolvere i problemi urbani e coinvolgere gli
attori locali più rilevanti ma, nello stesso tempo, questa azione va inquadrata
in uno schema strategico territoriale più ampio, a scala regionale-nazionale,
non solo per l’indicazione delle aree/settori di intervento, ma anche per fornire
assistenza nella fase di progettazione e finanziamento e per l’integrazione
delle singole progettualità secondo la logica delle reti di cooperazione e di
sinergia e, quindi, per ottenere le economie di scala sul lato sia della
domanda che dell’offerta.
La
ripresa degli investimenti privati e pubblici, in conclusione, è legata a un
rilancio della politica industriale e regionale, a una strategia di crescita
basata sull’innovazione delle imprese e delle istituzioni e a un’efficace governance
delle relazioni tra imprese, università, credito e amministrazioni pubbliche
regionali, nazionali ed europee.
testo studio 2 della pagina: “Politica
industriale e regionale, e crisi delle politiche macroeconomiche”
- di Riccardo
Cappellin [EyesReg, Vol.4, N.6 – Novembre 2014]
testo:
Il piano
Juncker e l’aggiornamento della Stategia Europa 2020 rendono necessario
elaborare una strategia di crescita dell’economia italiana che abbia un
orizzonte di almeno 3 anni, e diversa da un piano pluriennale di riduzione del
deficit pubblico tramite tagli che generano deflazione. Le politiche monetarie
e fiscali nazionali ed europee devono essere integrate con le politiche delle
infrastrutture e le politiche di sviluppo industriale. Per rilanciare la
crescita è necessario un cambiamento di metodo e di strategia: innanzitutto,
dall’enfasi sull’offerta aggregata e sulla competitività nei soli costi di
produzione delle esportazioni alla focalizzazione sulla crescita della domanda
interna e alla ripresa degli investimenti delle imprese e delle famiglie e dei
consumi di beni durevoli; in secondo luogo, da una focalizzazione sul mercato
del lavoro e sui costi del lavoro per le imprese alla focalizzazione sulla
crescita dell’occupazione qualificata nelle imprese e sulla promozione
dell’innovazione di prodotto e di processo e la crescita della produttività;
infine, da un’espansione della offerta di moneta meramente quantitativa ad una
riforma dei mercati finanziari e una riorganizzazione degli intermediari
finanziari per il finanziamento degli investimenti delle imprese industriali e
dei servizi di utilità collettiva.
E’
opportuno che il mondo della politica e delle istituzioni nazionali sia più
aperto verso il contributo che viene dal mondo della ricerca universitaria. Il
gruppo di discussione “Crescita, Investimenti e Territorio”
(www.economia.uniroma2.it/dedi/ebook-politiche-industriali/), composto dai noti
economisti industriali e regionali italiani, ha elaborato 49 contributi e
organizzato diversi Policy Workshops, mirano a definire con grande dettaglio le
linee di una strategia di politica economica diversa da quella indicata dalle teorie
macroeconomiche neo-liberiste prevalenti in Europa e in Italia.
E’
necessaria una politica di ampio respiro come lo sono stati il Piano Marshall
di ricostruzione o il Piano Delors o la Strategia Europa 2020. Il deficit
annuale d’investimenti sia privati che pubblici, nel 2013 rispetto al 2008, era
in Europa e di circa 370 miliardi e di circa 85 miliardi per anno in Italia.
Manca in Italia un progetto ed è indispensabile definire una visione
dell’economia a medio termine. Solo una grande onda d’innovazione, di finanza e
d’investimenti può sollevare l’economia italiana fuori dalla stagnazione di
lungo periodo attuale. Un approccio difensivo in attesa che l’economia torni a
crescere è destinato a fallire. L’innovazione non è solo un fattore di successo
ma ormai un fattore di sopravvivenza per le imprese sia grandi che piccole e
medie.
E’
necessaria sia una forte selettività degli interventi che una forte
integrazione degli stessi nelle singole aree urbane e regionali del Paese. Una
strategia di “diversificazione intelligente” (“smart diversification”) del
sistema produttivo italiano mira a creare nuove specializzazioni produttive,
che espandano la base produttiva del Paese, e le infrastrutture chiave
mancanti, e deve avere un impatto significativo sull’economia e sulla qualità
della vita dei cittadini. E’ necessario saper combinare in modo intelligente i
nuovi bisogni emergenti degli utilizzatori e le migliori competenze delle
diverse imprese e settori produttivi tra loro complementari.
I centri
urbani, sia quelli di natura metropolitana che quelli di medie dimensioni,
devono rappresentare la struttura di base o il principio di organizzazione del
grande Piano di investimenti mirato alla ripresa della crescita dell’economia
europea e italiana. Nelle 100 città italiane è necessaria una strategia di
sviluppo economico (Cappellin 2014a, Ciciotti 2014), che parta dalla domanda
interna o dai “beni comuni” delle città e dai bisogni emergenti dei cittadini
che riguardano: riqualificazione e rigenerazione di edifici ed aree degradate
in ambito urbano, mobilità terrestre delle persone e logistica delle merci,
gestione delle risorse idriche, risparmio energetico e sviluppo delle energie
rinnovabili, salvaguardia dell’ambiente e smaltimento dei rifiuti, protezione
da disastri naturali, telecomunicazioni e cablaggio, nuovi bisogni alimentari e
agricoltura, servizi sociali, cultura, turismo e tempo libero, salute e sanità,
integrazione dello spazio territoriale europeo e cooperazione transnazionale.
Molti di
questi settori possono rappresentare il campo di attività di imprese private
non solo nella fase della costruzione dell’infrastruttura ma anche in quella
della gestione del servizio. Tuttavia, queste nuove produzioni industriali e di
servizio devono essere molto innovative e quindi in grado di assicurare un
rendimento finanziario adeguato per essere finanziate con risorse private e
non, come sempre, solamente con fondi pubblici.
Maggiori
investimenti hanno l’effetto sia di aumentare la domanda aggregata, tramite
l’effetto del
moltiplicatore
keynesiano della spesa sul PIL, che di espandere la capacità produttiva nei
singoli settori e quindi di aumentare l’occupazione e i redditi, che a loro
volta determineranno un aumento della domanda aggregata. L’interdipendenza tra
la domanda (D) e l’offerta è raffigurabile con il grafico della domanda e
dell’offerta cross-settoriale (Cappellin 2014b), che indica per ogni settore da
un lato il prodotto lordo (Y) e dall’altro il prezzo (P) e il costo, qualora i
diversi settori sono ordinati per livelli decrescenti della produttività e dei
prezzi-costi. Pertanto, la creazione di nuove produzioni è possibile solo se si
superano le barriere all’entrata (come nelle aree A) e quindi è necessario
aumentare i prezzi delle singole produzioni, che i consumatori sono disposti a
pagare data la migliore qualità dei prodotti, con appropriate innovazioni di
prodotto e maggiore conoscenza (K), e diminuire i costi di produzione con le
innovazioni di processo. Se la scheda della domanda si sposta verso l’alto e la
scheda dell’offerta verso destra, nuove produzioni diventano efficienti (si
riducono le aree B) e aumenta il PIL.
Pertanto,
l’obiettivo di una nuova politica industriale è promuovere un aggiustamento
dinamico, sia della domanda che dell’offerta nei diversi settori produttivi e
un cambiamento della struttura produttiva dell’economia, per creare nuove
produzioni e aumentare sia l’occupazione che la produttività media (Cappellin
2014b, Bellandi e Rullani 2014, Sterlacchini 2014).
In
termini sintetici, la politica necessaria per uscire dalla crisi si articola in
una serie di pochi passaggi logici e operativi:
1) non vi
è crescita in un’economia avanzata come in quella italiana se non si segue la
stessa strategia di innovazione e di investimento, che è stata seguita da Stati
Uniti e Gran Bretagna, e l’Unione Europea e il Governo italiano devono adottare
una politica macroeconomica, fiscale e monetaria, orientata alla crescita e
all’espansione della domanda interna di consumi e di investimenti, che consenta
alle imprese di fare previsioni e progetti a medio termine;
2) è
necessario partire dai bisogni emergenti e dalla domanda dei cittadini
concentrati nelle città e
progettare
prodotti e servizi che diano una risposta a bisogni collettivi tuttora
insoddisfatti e con grande crescita potenziale e permettano di portare il
livello della qualità della vita nelle aree urbane a quello che esiste ora
nelle città degli altri grandi paesi europei;
3) è
necessaria una politica industriale e regionale che promuova gli investimenti
delle imprese private in costruzioni e impianti per lo sviluppo di nuovi
settori o filiere produttive innovative, nei quali si prevede una domanda
interna elevata e che assicurino un ruolo nuovo dell’economia europea nella
competizione a scala globale;
4) le
nuove produzioni consentiranno di aumentare l’occupazione e i redditi e la
crescita degli investimenti fissi lordi e la nuova occupazione nelle nuove
produzioni aumenteranno la domanda interna e faranno uscire l’economia dalla
recessione.
In primo
luogo, è necessario che la Banca Centrale Europea fornisca liquidità non solo
alle banche ordinarie e ai Governi, ma anche alla Banca Europea degli
Investimenti e che il risparmio nazionale dei cittadini individuali, delle
assicurazione e dei fondi pensionistici sia orientato verso l’acquisto delle
obbligazioni emesse dalla Banca Europea degli Investimenti o dalle Casse
Depositi e Prestiti dei singoli Paesi, che potranno concedere credito alle
imprese o acquistare i “project bonds” direttamente legati a nuovi investimenti
reali e non finanziari (Marelli e Signorelli 2014),. E’ quindi necessario
creare o rafforzare nuovi intermediari finanziari non bancari specializzati nel
campo della finanza di progetto e nell’investimento in capitale di rischio
(“equity”) (Baravelli 2014).
In
secondo luogo, è necessario passare all’individuazione di progetti operativi
nel campo delle produzioni innovative delle imprese private e delle
infrastrutture e dei servizi di collettivi nelle aree urbane italiane. In
questa prospettiva, è necessario sostenere con fondi pubblici la progettazione
e la ricerca e sviluppo, che sono il “driver” degli investimenti innovativi
delle imprese e dei Governi e le Università, i giovani ricercatori ed anche le
diverse Società Scientifiche potrebbero dare un contributo cruciale, se
venissero avviati “bandi di idee per progetti innovativi” nelle diverse regioni
italiane.
commento [tre brevi
considerazioni]:
1.] nel
programma politico associato al progetto-episteme, il sistema-paese, in ogni
nazione del mondo, viene incentrato sulle città.
2.]
questo concetto, e i temi affrontati in questi studi, al soggetto scrivente
hanno fatto venire in mente quanto detto da mussolini nella sua ultima
intervista [visibile in rete], in cui lui parla di “autarchia”. l’autarchia,
prevista da mussolini per difendere la nazioni dalla plutarchia globale, viene
definita dall’enciclopedia treccani [www.treccani.it] come “condizione di un
paese che mira all’autosufficienza economica”, precisando la stessa voce che “nessun
paese può rinunciare interamente agli
scambi con il resto del mondo”.
3.] per
isolare le città, e renderle autosufficienti, si potrebbero prevedere singole
monete cittadine, con cambi regolati, in funzione protezionistica,
automaticamente, tra città e città, e tra nazioni e nazioni, essendo queste
monete elettroniche. in questo modo le città sarebbero autosufficienti, in ciò
in cui possono esserlo, e gli scambi sarebbero protetti da prodotti e servizi a
basso costo dovuti a concorrenza sleale, che è anche illegale [come quella che
sfrutta la manodopera a basso costo, nei paesi del terzo e quarto mondo].